E’ giusto respingere (questa) legge elettorale

E’ indispensabile un grande autocontrollo nel commentare in chiave responsabile quanto (ad oggi) prescrive la proposta di modifica alle norme vigenti in materia di elezione della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica.

E’ indispensabile perché questa proposta di modifica, riprendendo la strada già seguita con la proposta di riforma costituzionale (per fortuna respinta dal referendum), muove da esigenze di cambiamento sussistenti (vedi i ripetuti richiami oggettivi del Presidente della Repubblica) ma  è  redatta  in una logica assai pasticciata e partitocratica (quella della proposta costituzionale era addirittura oligarchica). Quindi commentando il testo unificato presentato in Aula della Camera dalla Commissione (relatore Fiano , PD, con l’assenso di  M5S, FI e Lega) occorre, in specie per chi è liberale, non nascondere tutte le riserve oggettive sulla proposta, ma anche non dimenticare l’opportunità di concludere qualcosa visto che, per scadenza naturale della legislatura, i cittadini saranno chiamati al voto politico al massimo entro nove mesi.

In questo spirito, citerò qui solo  due clamorosi errori tecnici ed alcuni gravi falsi concettuali circa il progetto in termini politico culturali. Un errore è che i futuri collegi, sia della Camera che del Senato, sono definiti in base ad una norma del 1993, redatta sui dati del censimento 1991. Però la Costituzione impone che siano definiti in base all’ultimo censimento che oggi è quello del 2011. L’altro errore è che la distribuzione dei seggi al Senato è riservata alle liste che abbiano ottenuto il 5% dei voti in ambito nazionale  oppure il 20% dei voti in quella data regione. Però la Costituzione impone che il Senato sia eletto su base regionale non su base nazionale, e così non si può prevedere che in una regione non possano avere seggi liste che in quella regione abbiano superato la soglia del 5% (non superato in campo nazionale) senza però raggiungre il 20%. La soglia per il Senato non può dipendere dai voti alla Camera oppure essere alta in modo abnorme.

Quanto ai gravi falsi concettuali, si possono riassumere nel constatare che la tanto sbandierata somiglianza al sistema tedesco non esiste per nulla. In estrema sintesi, il sistema tedesco è basato sul numero dei parlamentari eletti non rigido, su 299 collegi uninominali che eleggono il  più votato, su 599 deputati ripartiti tra i diversi Land su liste rigide (composte da candidati scelti  a scrutinio segreto dagli iscritti e con il rispetto delle scelte garantito dalla legge penale) . Per le candidature occorrono 200 firme a collegio. Ogni elettore dispone di due voti (uno per l’uninominale e l’altro per la lista del Land) tra loro disgiunti. I vincitori nei collegi uninominali vengono proclamati deputati e computati nella rispettiva lista di riferimento se la hanno. La distribuzione generale dei 599 deputati avviene sulla base del voto alle liste tra quelle liste che nazionalmente hanno riportato almeno il 5% dei voti; se ad una lista spetta un numero di seggi inferiore a quello dei suoi candidati vincitori nei collegi uninominali, questi vincitori restano eletti, e la lista non ottiene altri deputati. Di conseguenza avviene sempre che vi siano vincitori non rientranti nella distribuzione dei 599 seggi, e quindi il numero dei deputati risulta nel complesso maggiore.

Di tutto questo non c’è traccia nella attuale proposta di modifica elettorale in Italia. Il numero di deputati e senatori è fisso. I candidati vengono scelti dal Segretario del partito, i cittadini se li trovano sulle schede. Per le candidature occorrono quattro volte le firme rispetto alla Germania. Alla Camera i collegi uninominali sono 225 e le circoscrizioni proporzionali 28 oltre l’Estero, ciascuna con un minimo ed un massimo di candidati in ordine prestabilito. Ogni elettore vota con un voto unico sia il candidato all’uninominale sia la lista corrispondente nel proporzionale, dunque si sceglie il simbolo della lista, non il nome del candidato. I seggi vengono assegnati proporzionalmente tra le liste che hanno ottenuto almeno  il 5% a  livelllo nazionale; in ogni circoscrizione, nella medesima lista, hanno la precedenza i candidati dell’uninominale risultati vincitori nel proprio collegio.

Con tale meccanismo il collegio uninominale  è uninominale solo di nome, cioè per finta. Innanzitutto, i candidati vincitori con i voti dei cittadini non hanno la sicurezza di risultare alla fine tra gli eletti. Sia perché la propria lista può non aver ottenuto il 5% nazionale, sia perché la circoscrizione interessata non rientra tra quelle della lista di riferimento cui spetta un seggio oppure, nel caso la circoscrizione abbia un seggio, quel dato vincitore non ottiene un posto utile nella graduatoria complessiva con gli altri vincitori nei collegi della lista nella stessa circoscrizione. Oltre alla elezione non certa del vincitore nell’uninominale, può accadere , nel caso un candidato non vincitore nel suo collegio uninominale faccia parte di una lista assai forte in ambito nazionale cui spettino molti seggi, che questo candidato perdente nel suo uninominale risulti alla fine pure lui tra gli eletti per quella lista.

Questa totale differenza dal sistema tedesco vero, non è una questione formale perché ne consegue una logica politico rappresentativa pressoché opposta. In Germania i cittadini scelgono davvero sia gli eletti che i partiti, in momenti concorrenti all’interno di una logica unitaria. In Italia , con questa proposta di legge, i cittadini possono solo scegliere quale lista votare, ma tutti i candidati vengono decisi dai partiti (addirittura più candidati possono essere eletti nel medesimo uninominale finto). In pratica siamo alla partitocrazia pura,  al distacco dalle realtà territoriali e al sostanziale ritorno al proporzionalismo, nonostante i due principali contraenti dell’accordo lo abbiano avversato per decenni fino ad ieri.

Dobbiamo sperare che almeno ci si decida ad apportare alcune correzioni per restituire un minimo di influenza al cittadino. Da un lato, potrebbe essere drasticamente ridotto il numero di firme per la presentazione delle candidature, perché la soglia del 5% rende assurda una raccolta di un numero quattro volte quello tedesco e uguale a quando la soglia non c’era. Dall’altro lato, si dovrebbe  introdurre la possibilità del  voto disgiunto, uno per il collegio uninominale e l’altro per la lista proporzionale,in modo che il cittadino possa davvero scegliere sia la persona che il partito. Infine si potrebbe introdurre anche il numero variabile degli eletti, cosa che richiederebbe una lieve aggiunta agli articoli 56 e 57 della Costituzione, peraltro possibilissima dal momento che la tanto sbandierata maggioranza di circa l’80% esibita dai contraenti il patto sulla proposta di modifica , renderrebbe di sicura raggiunta l’approvazione con i 2/3 prevista dall’art.138 per impedire il ricorso ad un successivo referendum.  Tempo richiesto 90 giorni, facciamo 100 per arrotondare. Siamo a giugno, tutto a posto a metà ottobre. Naturalmente purché ci sia una responsabile volontà politica e non si resti drogati dall’assillo partitocratico di cucirsi una legge elettorale conveniente. Se questa volontà non ci fosse, piuttosto che cucinare modifiche pasticciate a danno del cittadino, allora è meglio andare a votare alla scadenza naturale della legislatura con le leggi elettorali per Camera e per Senato rese dalla Consulta per lo meno costituzionali.

Raffaello Morelli

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