Non trasformiamo il referendum in plebiscito

matteo renzi

di Stefano de Luca

Uno spregiudicato Presidente del Consiglio ha imposto in termini ultimativi e ricattatori l’approvazione di una profonda riforma della Carta fondamentale ad un Parlamento, affievolito nella sua legittimazione perché eletto con una legge dichiarata incostituzionale, conferendogli invece dignità di Assemblea Costituente. Oggi inoltre vorrebbe trasformare il referendum oppositivo in un plebiscito a favore o contro il Governo.

Le forze politiche di opposizione, sostenitrici di disegni costituzionali tra loro molto diversi, hanno rischiato di cadere nell’imboscata mediatica, limitandosi inizialmente a denunciare di attentato alla democrazia il Capo del Governo, accusato di autoritarismo.

La sinistra estrema si è sempre attestata su posizioni conservatrici, definendo quella italiana “la più bella Costituzione del mondo”. La destra, che già aveva approvato una riforma poi non convalidata dal referendum del 2006, è più orientata invece verso la Repubblica presidenziale.

Tutte le posizioni sono legittime e meritano rispetto. Sarebbe pertanto auspicabile evitare uno scontro ideologico, ma un confronto sulle ragioni di ostilità ad una pericolosa ed incoerente riforma, che non deriva da una larga convergenza parlamentare, ma da una forzatura del Governo, anomala in considerazione della particolarità della materia, che dovrebbe regolare l’ordinato svolgimento della vita democratica e l’equilibrio dei poteri. In effetti la formazione di due diversi Comitati per il NO, costituisce un non secondario elemento di chiarezza, perché consentirà di approfondire il merito del dissenso di entrambe le aree politiche, che si oppongono all’improvvisato disegno governativo.

Sin dal dibattito all’Assemblea Costituente, attraverso Benedetto Croce in sintonia con Piero Calamandrei, il PLI sostenne che ogni democrazia liberale poggia sul bilanciamento dei poteri. Denunciò quindi il compromesso tra DC e PCI, proteso ad attribuirne troppo pochi all’Esecutivo, per favorire un pernicioso assemblearismo parlamentare, che, poi, generò il consociativismo.

La Commissione Bozzi, consapevole di dover semplificare il percorso legislativo, aveva auspicato un parziale superamento del bicameralismo paritario. Tuttavia, per evitare che il Senato diventasse un inutile orpello costituzionale, come avverrebbe con la riforma Boschi, gli attribuiva settori di competenza primaria e manteneva la seconda lettura nelle materie più delicate, quale garanzia della qualità della legge, onde evitare gli errori o gli strafalcioni legislativi, cui purtroppo assistiamo sovente.

L’attuale maggioranza purtroppo non ha un disegno preciso, ma obbedisce ad impulsi populisti estemporanei. Ha quindi abolito in modo troppo sbrigativo le Provincie, senza considerare che la elefantiasi legislativa e burocratica, oltre agli sprechi e dalla corruzione, riguardano invece le Regioni,come aveva avvertito Malagodi, che si oppose tenacemente alla loro istituzione. Invece a queste ultime sarebbe stata conferita anche la funzione delicatissima di eleggere in secondo grado il nuovo Senato. Una riforma meno improvvisata avrebbe dovuto ridefinire l’intera piramide amministrativa territoriale, ridimensionando il numero e ridisegnando le funzioni delle Regioni e delle Provincie, nonché imporre l’accorpamento dei Comuni, oggi nello spropositato numero di ottomila.

Il confronto referendario, a nostro avviso, dovrebbe incentrarsi sui tanti punti deboli della riforma, di cui il sostanziale monocameralismo, collegato con un enorme premio di maggioranza, pur essendo il più grave difetto, non è l’unico. Scontrarsi sulla esistenza o meno di un disegno autoritario attuale, potrebbe fare il gioco dell’avversario. Semmai si tratta di evidenziare come la conseguenza della sostanziale cancellazione del contrappeso parlamentare all’accresciuto potere del Governo, potrebbe dar luogo ad uno sbilanciamento eguale e contrario, rispetto all’assetto odierno. Nel futuro, infatti, un ulteriore indebolimento del sistema politico, l’insorgere di una crisi economica ancora più grave ed un aperto conflitto con l’UE, potrebbero determinare le condizioni per una svolta autoritaria. In tal caso dovrebbe anche emergere una personalità forte, di ben altra statura rispetto al modesto, anche se velleitario, Renzi. L’Italia tuttavia non è la Turchia o la Russia, e non lo sarà finché sarà garantito il pluralismo delle idee ed una stampa libera, anche se il sintomo di un servilismo troppo diffuso dei media non milita a favore dell’ottimismo.

 

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Quotidiano Rivoluzione Liberale

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